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sindacali, fra cui la Dirstat Finanze, che nell'auspicare il cambiamento, reclamano al tempo stesso l'assoluta legalità nell'azione riformatrice. Non si può pensare di costruire il futuro della P.A. disattendendo sentenze e prevalicando leggi e regolamenti. Così è stato ad esempio con la sentenza n.1/1999 della Corte Costituzionale, altrettanto dicasi con le ultime pronunce dei TT.AA.RR. e del Consiglio di Stato sull'assegnazione degli incarichi dirigenziali. Tutte circostanze nelle quali la politica , contrariamente alla dottrina e alla giurisprudenza, ha deciso di andare in controtendenza calpestando la certezza del diritto ed invadendo la pubblica amministrazione. Oggi, infatti, si sente dire che i concorsi pubblici per l'accesso alla dirigenza sono solo una foglia di fico, quello che conta sono gli incarichi che, come sappiamo, vengono conferiti fiduciariamente a ad libitum.La stessa precarietà del lavoro non ha come fine quello di incentivare il merito, bensì quello di legare al carro della politica la dirigenza. In un quadro di contraddizioni, il modello di burocrate che viene fuori non è certamente quello di un manager pubblico, dotato di una particolare competenza professionale tale da fare da contrappeso al potere politico, ma di un soggetto più o meno asservito alla classe dominante. E' soprattutto questo il punto di sfasamento della riforma in atto, dove si sta trasformando lo status giuridico del dirigente per comprimere libertà e autonomia. Tutti stanno a guardare: i partiti ed i sindacati , artefici della riforma, hanno il loro tornaconto ed anche se si dichiarano portatori di interessi generali, sono nei fatti dei "padroni delle ferriere" che giorno dopo giorno costruiscono la fabbrica del consenso. Allora è necessario venir fuori da questa spirale di illegalità e di ingiustizia reclamando, soprattutto come cittadini, una pubblica amministrazione al servizio esclusivo della Nazione, non autoreferente, come è stato nel passato (lo ha ricordato l'On.le D'Amico in Parlamento) ma neanche ad uso e consumo di questo e di quel gruppo di potere.
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