
del 1 Aprile 2005
31 marzo 2005. Ieri sera all’Hotel Plaza a Roma, era presente anche la DIRPUBBLICA; abbiamo ascoltato Learco Saporito, Mario Baccini, Gianfranco Fini, Antonio Tafani, era presente finanche Renato Brunetta, il consigliere economico di Berlusconi, tutti a parlare (alla vigilia delle elezioni) di pubblico impiego e di contratti, mancava solo la Lega. È ovvio, non c’è da meravigliarsi che prima della consultazione elettorale si affrontino certi temi, il fatto è che dopo 4 anni di governo non ci sono stati “prodotti” (se si esclude l’embrione della vicedirigenza) che possano essere presentati per la “vendita”, per cui si è parlato de “l’isola che non c’è”. È inutile ripetere discorsi e riportare interventi che ognuno può immaginare e che oggi i quotidiani hanno ben riportato, si può solo dire che Fini ha parlato più di una volta dell’esigenza di conservare la “terzietà” del pubblico dipendente, della sua specialità di essere un “servitore della Nazione”, dell’incoerenza della “aziendalizzazione” delle pubbliche funzioni; si può riconoscere a Saporito di aver parlato con franchezza su quanto il governo, sebbene da lui sollecitato, non ha voluto fare, puntando il dito specialmente sulla questione della vicedirigenza (in un passaggio ha riconosciuto che il pubblico impiego è stato beffato dal Governo); forse, però, è meglio soffermarsi su ciò che, in quella occasione ed allo stato dell’arte, si poteva credibilmente fare e che non è stato fatto.
Per prima cosa Tajani e Brunetta avrebbero dovuto chiedere scusa per le offese che il “premier” Berlusconi ha rivolto a tutti gli appartenenti alla P.A. nel corso dell’arcinota conferenza stampa all’ambasciata italiana di Washington, del dicembre scorso, quando ha sostenuto che gli impiegati pubblici se “... si guardano allo specchio non dovrebbero essere tanto contenti”. Questo sarebbe stato un atto che avrebbe ricucito un rapporto fratturato da quelle ingiurie e che sicuramente sarebbe stato molto apprezzato, ma non è stato compiuto.
Un altro evento avrebbe potuto verificarsi e non si è verificato: la presentazione un “piano di rientro” con scadenze precise entro le quali completare una o più delle riforme promesse durante la campagna elettorale del 2001. Spoils-sistem? Vicedirigenza? Riapertura delle carriere? Ordinamento sindacale? Agenzie Fiscali? Riforma dei Ministeri? Incarichi esterni? Davvero, ci sarebbe stato l’imbarazzo della scelta, altro che discutere di uno o due punti di aumento per chiudere un contratto con parti sindacali che vivono di rendita (in tutti i sensi) rappresentativa e di bilancio (caf , immobili e patronati).
Ma l’Hotel Plaza era stracolmo!
Questo dimostra il teorema che la DIRPUBBLICA ha sempre affermato: quel 80% di sindacalizzati CGIL-CISL-UIL ha comunque partecipato (nel segreto dell’urna) alla vittoria della Cdl con la speranza di essere liberato (per gli effetti di giuste riforme che non sono state compiute) da un’appartenenza ritenuta “obbligata”.
Ma vediamo ora di raccogliere qualche elemento per le considerazioni finali:
1. da una parte ci sono le riforme “Bassanini” (che l’opposizione non sconfessa) e dall’altra l’embrione della vicedirigenza (che è un embrione di ripubblicizzazione del rapporto e un embrione di carriera, che l’opposizione dichiara di voler sopprimere);
2. il Ministro Baccini è partito in quarta per il pubblico impiego ma, fino ad ora, come risultato concreto (e molto importante), ha ottenuto che non venisse approvata dalla Camera dei Deputati la cosiddetta “NORMA PATTUMIERA” (quella che regalava la dirigenza generale agli esterni e ai funzionari) anche se, ad onor del vero, l’emendamento soppressivo fu presentato a Montecitorio dall’on. Gianclaudio Bressa, deputato della Margherita;
3. le riforme della Costituzione “a colpi di maggioranza” sono iniziate durante la precedente legislatura ma quella attuale anziché correggere questo andamento lo ha incrementato.
In questo quadro, qualora possa concepirsi un ulteriore sostegno del pubblico impiego alla Cdl per le votazioni regionali e provinciali del 2005, certamente il voto dovrebbe indirizzarsi verso quei partiti della coalizione che, a giudizio dell’elettore (anche sulla base di quanto è stato detto sopra), abbiano la capacità e/o la possibilità di imporsi attraverso riforme importanti sul pubblico impiego, prima della scadenza del mandato.