N. 3 del 11.07.2003

 Si riporta uno stralcio dell “Intervento del Procuratore Generale Vincenzo Apicella nel giudizio sul Rendiconto generale dello Stato - esercizio 2002 - 26.6.2003”

 “….Le trasformazioni future, tuttavia, risentiranno di quelle già avvenute in un passato recente e meno recente, allorché la struttura e l'organizzazione del pubblico impiego hanno subito una radicale e, in molti casi, dirompente riforma, in sostanza sull'onda dell'idea dominante che la c.d. "burocrazia", con la sua vera o pretesa inefficienza, fosse, se non la sola, almeno la principale causa delle disfunzioni della P.A.. Di qui, in particolare, il nuovo assetto dato alla dirigenza, specie a quella di vertice, vista con connotazioni manageriali e, quindi, con l'obbligo del conseguimento di risultato: il tutto comportante un rapporto fiduciario tra essa e il potere politico, nonché una ripartizione funzionale delle responsabilità. Ciò rappresenta, nel complesso, una scelta di fondo positiva. Senonché, per tale scelta, l'antica carriera dei funzionari così distinta dai dirigenti di vertice, in sostanza, è stata ridotta ad una funzione gregaria e con prospettive di accesso all'alta dirigenza estremamente limitate; il che non ha giovato certo, e meno ancora gioverà in futuro, all'ingresso in essa dei giovani migliori e più ambiziosi, nonché a dare motivi, a chi vi è entrato, di attaccamento se non di entusiasmo, al proprio lavoro e alla propria convinzione di essere utili allo Stato e alla società. In sostanza, dispiace dirlo, il pubblico impiego, nei posti non di vertice, ha subito un processo di "travetizzazione" e, persino, di precarietà. Non solo: anche la dirigenza è oggi soggetta a tale precarietà, a causa del c.d. "spoil system" accentuato dalla legge n. 145 del 2002. In definitiva, il sistema rende estremamente debole il dirigente rispetto al potere politico. Se poi si aggiunge il sostanziale mancato ricambio generazionale che si sta verificando a seguito del blocco delle assunzioni e il trasferimento a soggetti esterni di funzioni proprie dello Stato, appare evidente che il "disseccamento" della P.A. è già oggi una realtà.

Né tale fenomeno di smottamento verso l'esterno appare risolvere, a conti fatti, i problemi del costo delle strutture pubbliche. Infatti, se, da un lato, il contenimento delle funzioni e, quindi, degli organici della P.A. ha prodotto un qualche, peraltro modesto, risultato sul bilancio, dall'altro ha determinato l'apertura di altro filone di spesa, quello riguardante il c.d. "acquisto sul mercato" di servizi in passato svolti dalle pubbliche strutture e, inoltre, della diretta attribuzione di funzioni pubbliche a soggetti privati. Queste, attualmente, non sono certo marginali, se si considera che, tra l'altro, riguardano servizi stradali, postali, di trasporto, finanziari, informatici, culturali, sportivi e di istruzione professionale. Poiché questa dismissione all'esterno di servizi e funzioni è estremamente costosa, con risultati non sempre visibili e, comunque non sempre accertati, spesso anche con aggravio di diretti costi per il cittadino, ci si domanda quale risparmio si sia conseguito a seguito della cura dimagrante alla quale è stata sottoposta la P.A.: a questo punto, tanto varrebbe pensare di definitivamente ridurla ad una passiva ed agnostica catena di trasmissione di poteri e di funzioni. Questa "dismissione" , infine, comporta il rischio di un restringimento dell'area di responsabilità amministrativa, con non pochi pericoli per la tutela dell'impiego del denaro pubblico, che è poi quello dei contribuenti: specie se non dovessero intervenire nuove disposizioni di legge o - in mancanza - coraggiose, ma sicuramente ragionevoli, e giuridicamente fondate, interpretazioni giurisprudenziali che consentano di perseguire, anche verso soggetti esterni gestori di pubbliche risorse, responsabilità amministrative e contabili: ciò se non altro, con finalità di deterrenza. Esiste, inoltre, un ulteriore modo di "fare amministrazione", ed è quello, adottato da strutture dello Stato, ma non solo dello Stato, consistente nello svolgimento di attività attraverso conferimento di consulenze e incarichi, cui è collegata spesso l'attribuzione di funzioni pubbliche. Pur nella consapevolezza che talvolta tali conferimenti si fondano su leggi dello Stato e anche regionali, debbo rilevare che trovano spazio nelle istruttorie degli organi di procura della Corte numerosi casi di incarichi e consulenze attribuiti oltre i limiti previsti dalle dette normative: ad esempio, allorché il ricorso all'opera di privati riguarda materie e procedure già affidate a competenti e operanti strutture dell'Amministrazione, che di conseguenza restano inutilizzate. A parte tale aspetto giuridico, va detto peraltro, che, sul piano contabile, il sistema risulta molto costoso e, in più, talvolta si presta a sospetti e insinuazioni di favoritismi e di clientelismo: così come non infrequentemente viene denunciato alle Procure regionali della Corte……”

 

Il testo integrale dell’intervento è pubblicato sul sito del Sindacato.